Care democratiche, cari democratici,
con la Direzione di oggi apriamo la discussione del PD del Lazio sulle Elezioni Regionali e Amministrative del 28 e 29 Marzo. Un passaggio elettorale di grande importanza che richiede un confronto serio, profondo e sincero. Non possiamo accontentarci di letture superficiali o di scorciatoie di fronte alla serietà dei problemi che questo voto ci pone davanti. Io considero importante il messaggio che è emerso dalla Direzione Nazionale di sabato scorso, perché non ci nascondiamo i problemi. Il nostro sguardo è rivolto al paese, siamo in campo per rispondere alle domande di fondo che emergono dalla società..
Per quanto riguarda il voto, sul piano generale, dobbiamo partire dal sentimento di delusione che attraversa noi e la nostra gente. Delusione legata alla perdita di alcune regioni importanti , fra cui il Lazio, ma anche Piemonte, Campania e Calabria. Delusione motivata dal fatto che, nel corso della campagna elettorale, sono maturate grandi aspettative rispetto alle stesse condizioni di partenza di questa fase elettorale. Delusione dovuta al fatto che il nostro partito, e dunque noi, siamo stati colpiti da processi di disaffezione e di radicalizzazione che non abbiamo percepito fino in fondo, e che non abbiamo incrociato a sufficienza con un nostro profilo e una nostra iniziativa. Ora il punto è: tutto questo autorizza a parlare di vittoria di Berlusconi? Credo di no. Semmai dal voto emergono temi e problemi profondi di cui è bene ragionare.
Innanzitutto in queste elezioni il Pdl su scala nazionale perde quattro punti percentuali. E questo calo non viene compensato dalla crescita della Lega Nord. Crescita che in voti assoluti è modesta, ma che diventa politicamente rilevante nel momento in cui due nuovi presidenti di Regione sono espressione di quel partito. Questo fatto accresce il peso specifico della Lega all’interno del centrodestra e determina nei fatti uno spostamento dell’asse politico dentro quello schieramento aprendo problemi e contraddizioni nuovi.
Lo scontro che si è riacceso tra Fini e Berlusconi è ovviamente legato a ciò, e attiene a questioni di sostanza.
In voti assoluti e percentuali il divario tra le coalizioni di centrosinistra e di centrodestra si è accorciato, anzi si è sostanzialmente dimezzato. L’esito più significativo delle elezioni regionali per il nostro sistema politico è l’ulteriore crescita dell’astensionismo. Più di un elettore su tre non è andato alle urne. Nelle regioni hanno votato il 64,19% degli aventi diritto, rispetto al 72,01% del 2005, con una diminuzione del 7,82%, che corrisponde a 2.882.799 elettori in meno. Il punto è che la crescita dell’astensionismo è un dato che accompagna e caratterizza tutti gli ultimi appuntamenti elettorali. Il dato di queste ultime elezioni regionali è oggettivamente enorme, e segnala problemi gravi e complessi. Crescono la disattenzione e il distacco dalla politica e cresce la sfiducia verso le istituzioni. Una fascia crescente di cittadini ritiene che la politica e le istituzioni non siano capaci di risolvere i problemi. I motivi che spiegano questo fatto stanno tutti dentro la crisi del Paese. Non soltanto questa crisi economica e sociale, che non è affatto superata, ma la crisi complessiva di un Paese bloccato da almeno un quindicennio. Bloccato nella mobilità sociale. Bloccato nella spinta verso il futuro. Bloccato nella possibilità di modernizzazione.
Il nostro è un Paese che scivola. E scivola perché in questi 15 anni non ha avuto un sistema politico in grado di promuovere e guidare la modernizzazione. Quando noi siamo stati al governo abbiamo fatto alcune cose importanti ma altre no. Quando è stata la volta della destra, Berlusconi ha offerto la risposta sostanzialmente populista che promette il decisionismo dell’uomo forte, ma che poi non decide nulla. E il Paese arretra. La condizione dell’Italia di oggi si può riassumere così: c’è la perdita di fiducia nel futuro.
Va ribadito: il bipolarismo resta una strada irreversibile, perché l’alternanza è sempre fattore positivo. Ma questo fattore deve produrre scelte, e un Governo che tracci un disegno per lo sviluppo.
L’Italia ha bisogno di riforme. E noi dobbiamo avere l’ambizione di mettere in campo un progetto per l’Italia.
Per quanto riguarda il voto nel Lazio voglio innanzitutto ringraziarvi tutti per il lavoro svolto. Le candidate e i candidati, il capolista Esterino Montino, il gruppo dirigente, le federazioni, i circoli, i parlamentari. Desidero ringraziare anche da qui Emma Bonino per la battaglia che ha condotto e per il contributo offerto in questa campagna elettorale. Ringrazio Riccardo Milana per il lavoro di coordinamento del Comitato per Emma Bonino Presidente. Gli amici e i compagni che nel comitato hanno lavorato. Ringrazio Antonio Olivieri.
Nel Lazio siamo stati sconfitti e oggi abbiamo il dovere di affrontare un’analisi attenta e vera, di discutere in profondità per attrezzare una risposta, un rilancio della nostra iniziativa.
Nel Lazio hanno votato 2.875.469 elettori, pari al 60,59% degli aventi diritto. Nel 2005 votarono 3.349.348 persone (il 72,80%): c’è stata una perdita di 473.879 elettori, che corrispondono al 12,21%. Nelle Politiche del 2008 in Italia parteciparono al voto l’80,51% degli aventi diritto; nella Provincia di Roma, alla Camera, votarono l’80,74%; nelle provincie del Lazio, l’82,69%. Nell’intero Lazio, l’81,28%: una differenza con le Regionali 2010 di più di 20 punti percentuali.
In occasione delle Europee del 2009 avviene un fatto significativo, che prosegue con le Regionali del 2010: la partecipazione al voto nel Lazio si colloca al di sotto della media nazionale. Un fenomeno spiccato soprattutto a Roma, con valori molto più bassi. In Italia nel 2009 votarono il 66,46% degli aventi diritto contro il 63,03% del Lazio (-3,43%). Nella provincia di Roma, senza gli elettori della Capitale votarono il 64,23% (-2,23%) e nel Comune di Roma il 56,63%, con una differenza in questa realtà di ben 9,83 punti.
Quanto ha influito l’assenza della lista del Pdl nella astensione nella circoscrizione romana? Nelle elezioni del 28 e 29 Marzo la media nazionale di affluenza al voto è stata del 64,19% contro il 60,89% del Lazio (-3,30%). Nella provincia di Roma, senza gli elettori della Capitale, la partecipazione al voto è maggiore del dato nazionale, ossia del 65,01% (pari a + 0,82%). Nella città di Roma la partecipazione al voto è del 56,52%, - 7,67% sul dato nazionale. Se mettiamo in rapporto i dati delle elezioni Europee 2009 e Regionali 2010 ricaviamo:
- che la crescita nazionale dell’astensionismo è in linea con quello regionale (2,27% - 2,14%);
- che aumenta la partecipazione al voto nel territorio della provincia di Roma, senza gli elettori della capitale: +0,78% (65,01% - 64,23%);
- che si registra una differenza irrisoria nel comune di Roma: -0,11% (56,63% - 56,52%).
La conclusione è chiara: non c’è un rapporto di causa-effetto fra aumento dell’astensione assenza della lista PDL nella circoscrizione di Roma, perché in questa circoscrizione, in un quadro generale in cui aumenta l’astensione, la partecipazione al voto cresce, come mostra un altro dato: Europee 2009: 59,01% - Regionali 2010: 59,19%.
Questo dati dicono che la mobilitazione voluta da Berlusconi ha prodotto il risultato di non disperdere voti e di richiamare la sua gente al voto.
Il calo dell’affluenza nel Lazio si realizza nelle provincie di Latina (-8,34% rispetto alle Europee), di Frosinone (-10,5% rispetto alle Europee) e di Rieti (-14,67%).
Come matura la sconfitta nel Lazio? In questi cinque anni noi abbiamo governato la Regione. Continuo a pensare che, stante le difficoltà ereditate, questi siano stati anni importanti, in cui ci siamo misurati con una prova dura e impegnativa, raggiungendo alcuni risultati significativi. Questo è un giudizio generale, ma è necessario osservare un po’ più nel dettaglio, entrando nei temi specifici. Bisogna analizzare ciò che è accaduto. Fare, insieme, una valutazione seria e serena. Questi cinque anni di governo si sono conclusi con un fatto traumatico: le dimissione anticipate del Presidente Piero Marrazzo. Noi abbiamo concluso il nostro percorso congressuale, con le Primarie, mentre si svolgeva questa vicenda. Una vicenda che da un lato ha chiuso e segnato la legislatura di governo del CS, e dall’altro ha imposto un lavoro di ricostruzione del campo, dell’alleanza e di una proposta politica elettorale per il Lazio.
Era noto lo schema politico dentro il quale si sarebbe ricandidato Marrazzo: un’alleanza che andava da Sel all’Udc. Senza Marrazzo è tornato tutto in discussione, per di più dentro un clima deteriorato e più problematico, perché più confuso e di forte disorientamento. Era necessario verificare la possibilità di un’intesa con l’Udc, a quali condizioni e su quale proposta.
Furono verificate diverse ipotesi di candidatura.
In quelle settimane si discusse anche della possibilità di una candidatura di Nicola Zingaretti sulla base di una disponibilità che lui stesso offrì al Partito a determinate condizioni. Non solo era la nostra proposta più forte, ma su di lui sembrava potesse realizzarsi l’intesa con l’Udc. La verità è che aveva ragione Nicola: l’Udc non avrebbe scelto noi, e non sarebbe stato giusto rinunciare all’esperienza in Provincia a neanche due anni dall’inizio del mandato.
Chiusa la vicenda Udc, arriviamo alla soluzione Bonino, ma non come soluzione di ripiego. In quelle condizioni la candidatura di Emma Bonino era la migliore scelta possibile. Una candidatura forte, autorevole, di rilievo nazionale. La verità è che con la Bonino abbiamo riaperto la partita, abbiamo riunito il CS, siamo stati in campo per vincere in un mese e mezzo di campagna elettorale.Dalle Europee alle Regionali il divario CD – CS è calato da cinque punti a tre punti. Tutto questo attraverso un lavoro e un clima unitari, grazie allo sforzo di tutti e alla responsabilità di tutti.
Veniamo alla composizione delle liste.
In queste settimane ho raccolto alcune valutazioni critiche che condivido. Sulle liste si poteva fare di più. Tutti potevamo fare di più e tutti potevamo fare meglio in termini di apertura e di rafforzamento delle liste. Nello stesso tempo, è altrettanto vero un altro fatto: tutti sapevamo che la scelta, condivisa, di puntare sull’esperienza uscente, avrebbe condizionato la composizione delle liste e buona parte dell’esito elettorale. Certo, l’assenza di donne fra i nostri eletti in Consiglio regionale è un fatto grave, che contraddice persino le ragioni fondative del Partito Democratico. Non va dimenticata la vicenda del listino, che ha prodotto una rottura al nostro interno, portando alle dimissioni del presidente dell’Assemblea Regionale e di un vice-presidente. Quattro membri dell’esecutivo del Pd Lazio si sono dimessi, e cinque si sono autosospesi.
La campagna elettorale è stata fortemente condizionata dalla vicenda della lista Pdl. Per tre settimane hanno tenuto banco i ricorsi e i pronunciamenti dei tribunali. E nell’ultima settimana il confronto non è stato più Bonino - Polverini, ma Bonino - Berlusconi. Per il loro prezioso lavoro in quelle settimane, desidero ringraziare Francesco Pieroni e Luca Petrucci.
La nostra campagna elettorale è stata segnata fondamentalmente dall’iniziativa dei candidati, e spesso dalla competizione tra i candidati, piuttosto che dall’iniziativa unitaria del Pd. Questa non è stata semplicemente la caratteristica di questa campagna elettorale. Questo è fondamentalmente il modello intorno a cui si è costituito il PD. Non incolpo nessuno per questo. Sto ponendo un problema. E il problema è che questo modello, che sostanzialmente ruota intorno agli eletti, e ad alcune personalità, è insufficiente e inadeguato. È prevalsa la pratica di costruire la rete intorno a singole personalità, con una logica da comitato elettorale, piuttosto che la scelta di dare priorità alla rete di tutti, e cioè al Partito, fatto di valori e regole comuni.
Il paradosso di questa campagna elettorale è stato che l’assenza della lista Pdl ha imposto al centrodestra una campagna elettorale unitaria sulla Polverini, mentre la nostra (quella dei nostri candidati) è stata poco caratterizzata dalla spinta unitaria per la Bonino.
L’unico risultato positivo è quello di Roma Città dove il CS e la Bonino sopravanzano il CD e la Polverini di circa 110.000 voti (54,65% contro il 44,98%). Mentre perdiamo in tutte le province:
- 25.000 voti in provincia di Roma
- 58.000 voti in provincia di Frosinone.
- 74.000 voti in provincia di Latina
- 11.000 voti in provincia di Rieti
- 14.000 voti in provincia di Viterbo.
Il risultato di Roma è importante, anche perché si realizza dopo due anni dall’insediamento di Alemanno. È un punto dal quale ripartire per rilanciare il PD e la nostra iniziativa.
A Roma si è aperta una discussione sui binari giusti, dentro un percorso chiaro che dovrà consentire un confronto libero, sicuramente utile per il lavoro dei prossimi mesi.
Per quanto riguarda le province penso che le questioni principali siano due. La prima: serve un gruppo dirigente realmente regionale del PD e del CS. La seconda: nelle province (e non voglio generalizzare) dobbiamo capire che cosa siamo noi e come veniamo percepiti. Su questo punto, non è utile fare semplificazioni. Ci sono le specificità e, d’altro canto, è proprio la composizione del voto nel Lazio a dire questo. Dopo di che non ci possiamo accontentare di letture consolatorie come “è sempre stato così”. Intanto perché non è vero così, perché il divario tra coalizioni è stato inferiore; in secondo luogo, perché questo voto evidenzia elementi di meridionalizzazione del Lazio piuttosto accentuati.
Ieri la Polverini ha dichiarato che lavorerà affinché ci sia un accordo fra le Regioni del centro-sud attraverso cui dialogare con il Governo e in particolare con la Lega. Domanda: a un anno dal 150° anniversario dell’Unità d’Italia è questo l’approccio di una regione cruciale e strategica come il Lazio, che ha la Capitale del Paese?
L’imperativo ora per il Pd è affrontare i temi aperti in ogni territorio, tenendo ferma una visione generale dei problemi del Lazio e delle sue potenzialità, operando per ricostruire i nostri gruppi dirigenti. Il gruppo dirigente regionale accompagnerà questa fase di ricostruzione.
La tornata di elezioni amministrative, registra innanzitutto la sconfitta alle elezioni provinciali di Viterbo. Soltanto un accordo con l’Udc avrebbe consentito di tenere aperta quella partita e si è lavorato a lungo per raggiungere quest’obiettivo. Ma la scelta nazionale dell’UDC per il Lazio ha interrotto questo percorso in provincia di Viterbo.
Del resto la vittoria del 2005 fu legata alla presenza di una lista civica e divise il fronte del centrodestra e consentì di accedere al ballottaggio.
Per ciò che riguarda i comuni andati al voto voglio sottolineare i successi di Albano Laziale, Grottaferrata e Minturno.Esprimo la mia amarezza per la sconfitta di Tivoli, e segnalo che in un terzo dei comuni che andavano al voto il PD si presentava su liste diverse.
La mia valutazione conclusiva è che il voto conferma la fondatezza della discussione congressuale sulla necessità di “fare il PD”. Farlo non solo sul piano organizzativo, ma sul piano politico e culturale, sul piano dell’identità, sul piano del sentirsi realmente parte di una comunità e di una battaglia comune.
Penso al tema delle mozioni, che rappresentano una modalità limpida e chiara di svolgimento dei congressi. Dopodiché la cristallizzazione determina immobilismo, scarsa circolazione del confronto, scarsa proiezione esterna, poca iniziativa politica, profilo impercettibile all’esterno, se non nella modalità peggiore della conflittualità esterna.
Un partito così può reggere quando ricopre posizioni di governo. ma regge su una logica di potere.
Quando la sfida politica si fa più complessa e più difficile, si corrono seri rischi. Di tenuta e di credibilità. È necessario chiedersi: la gente si fida di noi?
Nel suo intervento alla Direzione Nazionale, Walter Tocci ha detto: “Stiamo perdendo la stima della gente”. Mi pare un punto di fondo. Allora come si affronta questo problema? Come ci si attrezza? A mio avviso, costruendo, nel pieno di una battaglia di opposizione, un nuovo progetto per il Lazio. Con una premessa: il primo passaggio importante che abbiamo davanti è la riconquista della città di Roma.
A questo progetto dobbiamo iniziare a lavorare da subito, con un impegno di tutti, ad ogni livello e per il quale chiamare a raccolta competenze, esperienze, energie intellettuali: in breve, tutto il partito. Dobbiamo cogliere l’occasione dei congressi di circolo e di federazione per raccogliere sollecitazioni e contributi e chiudere la fase dei congressi con un appuntamento programmatico regionale sul Lazio. Questo potrà aiutare la battaglia di opposizione. L’Assemblea Nazionale discuterà e approverà alcune modifiche statutarie che serviranno allo svolgimento dei Congressi. Dobbiamo dare ai territori, alle comunità locali, alle province e a Roma gruppi dirigenti veri e stabili. Veri perché frutto di un lavoro di selezione delle risorse migliori: stabili perché frutto di percorsi unitari. Dobbiamo ricostruire i nostri gruppi dirigenti.
Il percorso è questo:
Direzione Regionale
Direzioni di Federazione
Convocazione dell’Assemblea Regionale subito dopo l’Assemblea Regionale.
Riaprire un cantiere programmatico
Terminati i congressi, svolgere la Conferenza Programmatica Regionale