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La Relazione di Mazzoli all'Assemblea Regionale del PD Lazio - Roma 29 Maggio

Di
Redazione PD Lazio
,

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Care Democratiche, Cari Democratici

Svolgiamo la nostra Assemblea Regionale dentro una fase di crisi dell’Europa e dell’Italia.
Quella crisi che, nel nostro paese, è stata ripetutamente negata e sostanzialmente sottovalutata sta mostrando tutta la sua pericolosità e la sua durezza.
In questa settimana è stato in discussione l’euro.
Uno dei pilastri del disegno di unificazione europea è entrato in crisi e siamo stati sull’orlo di un fallimento.
Chi, nel nostro paese, in questi anni, è stato dalla parte degli euroscettici, oggi si è scoperto sostenitore dell’Europa.
D’altro canto da una crisi così complessa, sia per dimensioni e sia per le caratteristiche, si può uscire soltanto con più Europa e non con meno Europa.
Il mondo cambia velocemente.
Nel 2010 la Cina crescerà del 10%, l’India dell’8%, il Brasile del 7%, gli Stati Uniti del 3%, l’Europa dell’1%.
Questi numeri non sono semplicemente la fotografia della realtà, costituiscono l’indicatore del principale problema di fondo con cui noi dobbiamo confrontarci; cioè, l’Europa deve cambiare passo.
L’Europa deve recuperare terreno e dispiegare le sue potenzialità dentro lo sviluppo mondiale.
Questa crisi è, in fondo, un potente fattore di accelerazione di grandi trasformazioni dell’economia e della divisione del lavoro nel mondo. E in discussione è la qualità dello sviluppo.
L’Europa è una delle “regioni” del mondo che deve essere in campo per dare qualità allo sviluppo.
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In questo momento il rigore finanziario è dettato dalla necessità, in tutta Europa, di rimettere in ordine i conti.
Se ciò è vero lo è altrettanto il fatto che il governo italiano non può negare le sue responsabilità sull’entità di questa manovra finanziaria.
L’Italia ha speso poco e male per affrontare la crisi e, di conseguenza è cresciuta meno. L’aumento del rapporto debito-PIL è il risultato di una crescita negativa, peggiore dei corrispettivi europei.
Le politiche anticrisi sono state sbagliate e insufficienti perché si è voluto negare una crisi pesante che invece c’è stata e dura ancora.
I recenti dati dell’ISTAT ci dicono che questa crisi l’hanno pagata soprattutto i giovani precari senza ammortizzatori sociali; e le donne; proprio quelle fasce che, entrando nel mercato del lavoro negli ultimi 15 anni hanno consentito anche e soprattutto a Roma e al Lazio di vivere una stagione di crescita e sviluppo.
E con questa manovra gli errori continueranno a pagarli i più deboli.
Scaricando gran parte del costo della manovra sugli Enti Locali e il pubblico impiego, il governo è tornato ad una visione della politica economica improntata sull’idea che affamando lo Stato (e i suoi impiegati, nel caso specifico) si risolleva il paese.
Ora la destra deve spiegare come fa a togliere risorse all’economie senza deprimere l’economia stessa: come può tagliare gli stipendi agli insegnanti convincendoli nello stesso tempo ad andare a fare shopping o in vacanza nel tempo libero; a bloccare le assunzioni e i nuovi contratti chiedendo nel contempo ai ragazzi di uscire di casa e magari comprarsela anche, una casa; a continuare a dare cassa integrazione in deroga senza far niente affinchè le deroghe cessino di essere la norma.
Inoltre nella manovra non viene posto alcun carico sulle vendite; né quelle immobiliari, né quelle speculative.
Si annuncia, invece, una finta lotta all’evasione a, che arriva dopo la resa incondizionata del rientro dei capitali e che si accompagna, tanto per evitare il sospetto di un ritorno legalitario, ad un ennesimo condono, anche se mascherato.
L’entità del taglio agli Enti Locali non è sostenibile e porta direttamente verso la crisi del sistema dei servizi e dell’assistenza.
L’innalzamento delle percentuali di invalidità è vergognoso.
E la confusa proposta di abolizione delle province (poi ritirata) e la demagogia sui costi della politica sono gli ulteriori ingredienti di un’operazione segnata fondamentalmente da una logica dei tagli senza intervenire sulle leve principali della promozione dello sviluppo.
Per di più, l’idea originaria di sopprimere 9 Province aveva in sé la convinzione che Enti previsti dalla Costituzione possano essere eliminati esclusivamente secondo un principio di tornaconto economico, rendendo così carta straccia e umiliando tutto quel patrimonio di elaborazione che in questi anni gli Enti Locali (attraverso l’ANCI e l’UPI) hanno messo in campo per ridiscutere competenze e funzioni dei diversi livelli di governo territoriale.
Nel Lazio l’impatto della manovra è estremamente pesante.
Per la verità, già nelle scorse settimane, il pronunciamento del CIPE sulle priorità per le grandi opere, aveva reso chiaro quale fosse l’orientamento di fondo del governo per ciò che riguarda la nostra regione.
Erano state infatti cancellate tutte le opere infrastrutturali previste per il Lazio.
Poi con la Finanziaria è arrivato il resto, con i tagli pesanti previsti per la Sanità (si parla di un taglio di circa 3000 posti letto), e con i tagli che ricadranno anche qui sul sistema degli Enti Locali, a partire dalla città di Roma.
Anche in questo caso, quindi, il condizionamento della Lega nell’azione di governo costituisce un elemento di forte preoccupazione per noi perché spinge verso una meridionalizzazione del Lazio su cui la classe dirigente del centrodestra di Roma e del Lazio non è in grado di reagire e di rispondere.

Rispetto al risultato complessivo delle elezioni regionali, per quante sfumature possiamo usare, il fatto incontrovertibile è che non siamo ancora riusciti ad interpretare il disagio e l’inquietudine profondi che il paese vive e che si esprimono piuttosto in disamoramento o in radicalizzazione impotente.

Questo ce lo dicono non solo i voti espressi dai cittadini italiani.
Ce lo dice anche il fatto che l’esito più significativo delle elezioni regionali per il nostro sistema politico è l’ulteriore crescita dell’astensionismo.

Più di un elettore su tre non è andato a votare.

Nelle regioni chiamate a votare hanno votato il 64,19% degli aventi diritto, rispetto al 72,01% del 2005, con una diminuzione del 7,82% che corrisponde a 2.882.799 elettori in meno.

Il dato di queste ultime elezioni regionali è oggettivamente enorme e segnala problemi gravi e complessi.

Crescono la disaffezione e il distacco dalla politica e cresce la sfiducia verso le istituzioni.
Una fascia crescente di cittadini ritiene che non è con la politica e con le istituzioni che si risolvono i problemi.

I motivi che spiegano questo fatto stanno tutti dentro la crisi del Paese.
Non soltanto questa crisi economica e sociale, ma la crisi del Paese, di un Paese bloccato da almeno un quindicennio.
Bloccato nella mobilità sociale. Bloccato nella spinta verso il futuro. Bloccato nella possibilità di modernizzazione.

Il nostro è un Paese che scivola. E scivola perché in questi 15 anni non ha avuto un sistema politico in grado di promuovere e guidare la modernizzazione.

Quando noi siamo stati al governo abbiamo fatto alcune cose importanti ma altre no.
Quando è stata la volta della destra, Berlusconi ha offerto sostanzialmente la risposta populista che promette il decisionismo dell’uomo forte che poi non decide nulla. E il Paese arretra.

Il punto è che l’Italia ha bisogno di riforme.
E noi dobbiamo avere l’ambizione di mettere in campo un progetto per l’Italia.

Per affrontare questa sfida; per essere utili al Paese non ci aiuta una discussione solo su di noi perché per rispondere alle domande centrali dobbiamo andare direttamente al cuore dei problemi degli italiani ed essere all’altezza delle responsabilità che competono ad una delle più grandi forze progressiste europee, quale noi siamo.

È questo il senso di fondo dell’iniziativa partita con l’Assemblea Nazionale del Partito Democratico. Mentre conduciamo la nostra battaglia di opposizione ci mettiamo a lavorare per avanzare una proposta al Paese aprendo canali larghi di partecipazione su idee e iniziative non astratte ma assolutamente attuali che si rivolgono ai problemi veri.

Credo che tutti dobbiamo salutare con soddisfazione la riuscita dell’Assemblea Nazionale; per le indicazioni che ha avanzato al Paese e per lo sforzo unitario del gruppo dirigente nazionale a partire da Bersani.

IL VOTO NEL LAZIO

Per quanto riguarda il voto nel Lazio voglio innanzitutto ringraziarvi tutti per il lavoro svolto.
Ringrazio le candidate e i candidati a partire dal nostro capolista, Esterino Montino.
Ringrazio il gruppo dirigente, le Federazioni, i Circoli. I nostri Parlamentari.
Desidero ringraziare anche da qui Emma Bonino per la battaglia che ha condotto e per il contributo offerto in questa campagna elettorale.
Ringrazio Riccardo Milana per il lavoro di coordinamento del Comitato per Emma Bonino Presidente. Gli amici e i compagni che nel Comitato hanno lavorato. Così come ringrazio Lucio D’Ubaldo per aver coordinato il lavoro sul Programma di Emma Bonino e Raffaele Morese per aver coordinato il gruppo di lavoro sul Programma del PD del Lazio. Consentitemi un ringraziamento particolare ad Antonio Olivieri, il nostro Tesoriere, per aver offerto, anche in questa campagna elettorale, un contributo prezioso per un lavoro che tutti sappiamo essere delicatissimo e fondamentale.

Nel Lazio siamo stati sconfitti e oggi abbiamo il dovere di affrontare un analisi attenta e vera, di discutere in profondità per attrezzare una risposta e un rilancio della nostra iniziativa.

Nel Lazio hanno votato 2.875.469 elettori, pari al 60,59% degli aventi diritto. Nel 2005 votarono 3.349.348 persone (il 72,8%) con una perdita di 473.879 elettori che corrispondono al 12,21%.

Nelle Politiche del 2008 in Italia parteciparono al voto l’80,5% degli aventi diritto; nella Provincia di Roma, alla Camera, votarono l’80,74%; nelle Province del Lazio, l’82,69%. Nell’intero Lazio, l’81,28%: una differenza con le Regionali 2010 di più di 20 punti percentuali.
In occasione delle Europee del 2009 avviene un fatto significativo che prosegue con le Regionali del 2010: la partecipazione al voto nel Lazio si colloca al di sotto della media nazionale e in particolare della Capitale, con valori molto più bassi.

In Italia nel 2009 votarono il 66,5% degli aventi diritto contro il 63,03% del Lazio (-3,43%), sul territorio della Provincia di Roma, senza gli elettori della Capitale votarono il 64,23% (-2,23%) e nel Comune di Roma il 56,63%, con una differenza in questa realtà di ben 9,83 punti.

Quanto ha influito l’assenza della lista del PDL nell’astensione nella circoscrizione romana?
La risposta è che non c’è un rapporto di causa-effetto fra aumento dell’astensione ed assenza della lista PDL nella circoscrizione di Roma, perché in questa circoscrizione, in un quadro generale in cui aumenta l’astensione, la partecipazione al voto cresce: Europee 2009: 59,01%; Regionali 2010: 59,19%.
Il calo dell’affluenza nel Lazio si realizza nelle province di Latina ( -8,3% EU), di Frosinone (-10,5% EU) e di Rieti (-14,6% EU).

Come matura la sconfitta nel Lazio?
Per rispondere a questa domanda, io penso, dobbiamo guardare ad una fase politica.
Alla fase che si apre per il CS dopo la sconfitta delle politiche del 2001. Dopo quella sconfitta il CS vince tutte le successive competizione elettorali fino all’affermazione straordinaria del 2005 in 12 Regioni italiane. E poi il 2006 nelle Politiche. Si inserisce in questo percorso la riconquista della Provincia di Roma nel 2003
Questa fase di espansione e di crescita del Centrosinistra si interrompe bruscamente nel 2008. Con la caduta anticipata del Governo Prodi che colpisce profondamente la credibilità e l’affidabilità del Centrosinistra alla prova del Governo. (Non è forse ancora questo uno dei temi principali di discussione quando parliamo di alleanze? L’affidabilità; la credibilità di un’alternativa di governo).
E, insieme a questo, la sconfitta della città di Roma, che interrompe un ciclo di quindici anni di governo della città.
Un’esperienza forte. Un punto di riferimento fondamentale, ovviamente per il Lazio, ma non solo visto che parliamo della Capitale del Paese.
Questa sconfitta impone a noi, al PD innanzitutto, l’apertura di una fase nuova; che significa concepire una nuova elaborazione capace di interpretare un bisogno di cambiamento e di sviluppo all’altezza delle aspettative e delle speranze dei romani; che significa mettere in campo un nuovo progetto; che significa far avanzare una nuova classe dirigente.
Ora, in questi cinque anni, noi abbiamo governato la Regione.
Io continuo a pensare che, stante le difficoltà ereditate, questi siano stati anni importanti in cui ci siamo misurati con una prova dura e impegnativa, raggiungendo alcuni risultati significativi.
E però questo è un giudizio generale che richiede di andare più a fondo e più nello specifico per analizzare la nostra azione di governo in relazione alla società del Lazio e ai territori; in relazione alla Capitale e in relazione alle Province.
Cinque anni che si concludono con un fatto traumatico: le dimissioni anticipate di Marrazzo.
Noi abbiamo concluso il nostro percorso congressuale, con le Primarie, mentre esplodeva questa vicenda; che da un lato ha chiuso e segnato in negativo la legislatura di governo del Centrosinistra, e dall’altro ha imposto un lavoro di ricostruzione del campo, dell’alleanza e di una proposta politica e elettorale per il Lazio.
Per di più era noto lo schema politico dentro il quale si sarebbe ricandidato Marrazzo e cioè l’alleanza che andava da SEL all’UDC.

Senza Marrazzo è tornato tutto in discussione, dentro un clima deteriorato e più problematico perché più confuso e di forte disorientamento.

Era necessario verificare la possibilità di un’intesa con l’UDC.
A quali condizioni e su quale proposta. Fino in fondo.
Fino all’esplorazione di Zingaretti che evidenziò in via definitiva la scelta dell’UDC.

Chiusa la vicenda UDC, arriviamo alla soluzione Bonino non come soluzione di ripiego.
In quelle condizioni la candidatura di Emma Bonino era la migliore soluzione possibile. Una candidature forte, autorevole, di rilievo nazionale. Pur essendo presente in noi la consapevolezza che la candidatura della Bonino aveva delle criticità per quanto riguarda il rapporto con alcuni settori della società del Lazio.
Però la verità è che, con la Bonino, abbiamo riaperto la partita; abbiamo riunito il CS; siamo stati in campo per vincere.
In un mese e mezzo di campagna elettorale.

Dalle Europee alle Regionali si è accorciato il divario fra CD e CS da 5 punti a 3 punti.
La lettura di questa vicenda non è che le elezioni le avevamo vinte e negli ultimi mesi le abbiamo perse. La lettura più oggettiva è che eravamo in grande difficoltà e siamo tornati in gioco; siamo tornati competitivi.

E tutto questo attraverso un lavoro e un clima dentro di noi sostanzialmente unitario, grazie allo sforzo di tutti e al contributo di tutti.
Compreso il lavoro sulle liste.
Io condivido le valutazioni critiche che ho ascoltato nel Partito sulla composizione delle liste.
Sulle liste si poteva e si doveva fare di più.
Tutti potevamo fare di più e tutti potevamo fare meglio in termini di apertura e di rafforzamento delle liste.
Nello stesso tempo, è altrettanto vero, e sapevamo che la scelta, condivisa, di puntare sull’esperienza uscente, avrebbe condizionato la composizione delle liste e buona parte dell’esito.
Certo, l’assenza di donne fra i nostri eletti in Consiglio Regionale è un fatto grave. Che contraddice persino le ragioni fondative del Partito Democratico. Un grande problema per cui non sarà sufficiente una riflessione autocritica se non sapremo introdurre quei correttivi necessari ad evitare questi esiti nelle future competizioni.
A proposito delle liste consentitemi ancora due ringraziamenti: uno a Francesco Pieroni, il nostro delegato alla presentazione della lista PD; il secondo a Luca Petrucci per il contributo prezioso durante le settimane tumultuose trascorse fra i tribunali e i ricorsi per la mancata presentazione della lista PDL.

Il punto di rottura al nostro interno è avvenuto sulla composizione del Listino. E’ stato un passaggio per il cui esito si sono dimessi dai loro incarichi di Partito il Presidente e una Vice-Presidente dell’Assemblea Regionale, quattro membri dell’Esecutivo Regionale e altri 5 si sono autosospesi.

La nostra campagna elettorale è stata segnata fondamentalmente dall’iniziativa dei candidati e spesso dalla competizione dei candidati piuttosto che dall’iniziativa unitaria del PD dentro cui avveniva la competizione tra i candidati.
Questa non è stata semplicemente la caratteristica di questa campagna elettorale.
Questo è sostanzialmente il modello attorno a cui si è costruito il PD.

Non faccio una colpa ai candidati (che ringrazio ovviamente).
Sto ponendo un problema. E il problema è questo modello, che sostanzialmente ruota intorno agli eletti, ad alcune personalità, e che è un modello insufficiente ed inadeguato.
Perché non è sufficiente la rete dei singoli. Serve la rete di tutti. Quella rete che per essere partito deve essere comunità di donne e uomini con valori condivisi, regole comuni, obiettivi e priorità. Una visione comune.

Dentro il risultato di sconfitta nel Lazio noi registriamo il risultato positivo di Roma città, dove il CS e la Bonino sopravanzano il CD e la Polverini di circa 110.000 voti (55,65% - 44,98%).

Mentre perdiamo in tutte le Province:-33.000 voti in Provincia di Roma;- 58.000 voti in Provincia di Frosinone; - 74.000 voti in Provincia di Latina; -11.000 voti in Provincia di Rieti; - 14.000 voti in Provincia di Viterbo.
Il risultato di Roma è importante anche perché si realizza dopo due anni dall’insediamento di Alemanno.

Per quanto riguarda le Provincie penso siano due le questioni principali: la prima, serve un gruppo dirigente realmente regionale del PD e del CS; la seconda, nella Province dobbiamo capire che cosa siamo noi e come veniamo percepiti.
Non è utile su questo fare semplificazioni.
Ci sono le specificità e, d’altro canto, è proprio la composizione del voto nel Lazio a dire questo.
Dopodichè non ci possiamo accontentare di letture consolatorie del tipo: “è sempre stato così”.

Intanto perché non è vero che è sempre stato così, perché il divario fra le coalizioni è stato anche inferiore; in secondo luogo perché sta alla nostra responsabilità capire perché non siamo più in sintonia con la società di questa Regione o di una parte di essa.

Affrontare i problemi aperti in ogni territorio tenendo ferma una visione generale dei problemi del Lazio e le sue potenzialità e lavorando per ricostruire i nostri gruppi dirigenti.

Il PD. QUAL E’ IL NOSTRO STATO DI SALUTE

La mia valutazione è che il voto conferma la fondatezza della discussione congressuale sulla necessità di “fare il PD”.
Fare non solo sul piano organizzativo. Fare sul piano politico e culturale. Fare sul piano dell’identità. Fare sul piano del sentirsi realmente parte di una comunità e di una battaglia comune.

A questo proposito penso al tema delle mozioni, che rappresentano una modalità limpida e chiara di svolgimento dei congressi.
Dopodiché la cristallizzazione determina immobilismo, scarsa circolazione del confronto, scarsa proiezione esterna, poca iniziativa politica, profilo impercettibile all’esterno se non nella modalità peggiore della conflittualità interna.

Qui c’è un nodo fondamentale del nostro stare insieme che richiede uno sforzo di rinnovamento nel modo di vivere e far vivere le differenze e nel modo di formare e selezionare la classe dirigente del partito.

Spesso si richiama, giustamente, la centralità dei circoli. Ma deve essere chiaro che l’irreggimentazione delle mozioni e delle componenti non consentirà mai l’affermarsi di un processo dal basso di promozione di istanzE, di contenuti e di rappresentanza.

Un partito come noi siamo oggi regge un po’ quando ricopre posizioni di governo; ma regge su una logica di potere.
Quando la sfida politica si fa più complessa e più difficile, si corrono seri rischi di tenuta e di credibilità. E la gente non si fida di noi.
Nel suo intervento nella Direzione Nazionale, Walter Tocci diceva: “Stiamo perdendo la stima della gente”.
Mi pare un punto di fondo.

Allora come si affronta la durezza di questa prova? Come ci si attrezza?
Costruendo, nel pieno di una battaglia di opposizione, un nuovo progetto per il Lazio avendo chiaro che il primo passaggio importante che abbiamo davanti è la riconquista della città di Roma.

Un progetto per il quale iniziare a lavorare immediatamente, con un impegno di tutti, ad ogni livello e per il quale chiamare a raccolta competenze, esperienze, energie intellettuali, tutto il Partito.

Dobbiamo cogliere l’occasione dei congressi di Circolo e di Federazione per raccogliere sollecitazioni e contributi e chiudere le fase dei congressi con un appuntamento programmatico regionale sul Lazio, una vera e propria Conferenza Programmatica Regionale.
E questo potrà aiutare la nostra battaglia di opposizione.

L’Assemblea Nazionale della scorsa settimana ha peraltro offerto, attraverso alcune modifiche statutarie che consentiranno di affrontare meglio i passaggi congressuali, la possibilità di lavorare per alcuni obiettivi per noi decisivi: dare ai territori, alle comunità locali, alle Province e a Roma gruppi dirigenti veri e stabili.
Veri perché frutto di un lavoro di selezione delle risorse migliori; stabili perché frutto di percorsi unitari.
Dobbiamo tutti sentire la necessità di ricostruire i nostri gruppi dirigenti.

Dunque, serve un PD in campo e non ripiegato su se stesso.

La Destra ha vinto ma non è all’altezza della sfida per il governo. Sono diversi i segnali in questo senso:
1) Dopo due mesi dalle elezioni la squadra di governo non è completa. Dopo il voto è aperto un problema politico tra PDL e UDC;
2) Si aprono le contraddizioni tra il Governo Nazionale e il Governo Regionale; basti guardare alla vicenda della sanità. Siamo passati “Dalle promesse alle tasse”;
3) Dopo la vittoria, dentro la Destra, si è prodotto un conflitto che ha spinto alcune province a parlare di “secessione”;
4) Dopo la vittoria si è sciolto il Comune di Latina.
Impegno nostro.

C’è di che essere preoccupati:
penso sia partito bene il lavoro del Gruppo del PD alla Regione, ma questo lavoro dentro il Consiglio Regionale ha bisogno di un Partito che porti questa battaglia nella società.
Per affrontare questi problemi serve non solo che il PD sia in campo, ma che sia unito.
Serve un’unità di fondo che ad oggi, qui nel Lazio non c’è.

Ho presente la vita del Partito in questi mesi.
Ho presente il fatto che all’indomani delle primarie di Ottobre nessuno dei candidati alla Segreteria e nessuna delle mozioni congressuali hanno raggiunto la maggioranza dei consensi; nessuno ha superato il 50% + 1, e che quindi a quel punto soltanto una valutazione politica comune e una comune assunzione di responsabilità hanno prodotto la proclamazione del Segretario Regionale.

Nel corso di queste settimane ho verificato che quelle condizioni di unità non esistono più intorno alla mia persona e intorno ad un percorso condiviso. E di questo doverosamente ne prendo atto. E sono qui a dire che da parte mia c’è la disponibilità a fare un passo indietro per consentire al Partito di ricostruire le condizioni di una più ampia unità.
Penso che dovremo fissare una nuova riunione dell’Assemblea da qui a venti giorni per giungere ad una nuova soluzione.
E qualora questo tentativo non andasse in porto ci sarebbe la strada delle Primarie per eleggere un nuovo Segretario e una nuova Assemblea.
Per la mia esperienza politica – direi, per come mi è stata insegnata la politica, non potrei mai immaginare di essere un problema o addirittura un ostacolo per l’unità del mio Partito.
E dunque, per il ruolo che rivesto, mi assumo le responsabilità che mi competono fino in fondo, sia nel senso di favorire una ricomposizione unitaria, sia nel senso di accompagnare una nuova soluzione unitaria.

Non posso eludere il tema della mozione di sfiducia presentata.
Perché si tratta di una questione seria e grave. Pesante.
Non sul piano personale. Ma per ciò che significa per questa comunità. Siamo un Partito ricco e plurale, in cui le differenze sono un elemento di forza straordinaria, e dove, nel confronto libero io mi posso trovare nella condizione di dire: “non sono d’accordo con te” o “la penso diversamente da te”, ma quando dico “io non mi fido di te” sto dicendo che io e te non possiamo stare nello stesso posto. E produco un solco, una frattura, che non è la ricerca dell’unità.
In secondo luogo, la mozione di sfiducia produce un fatto che ha in se gli elementi della crisi e non del rilancio, dell’accentuazione dei problemi e non della ricerca delle soluzioni.
Ho avanzato una proposta nel senso della responsabilità per aprire una fase nuova. E chiedo a tutti di riflettere e di valutare per metterci al lavoro in questa direzione.

La destra ha vinto le elezioni regionali del Lazio, ma ad oggi non è in grado di affrontare le questioni che sono aperte, stretta com’è fra le difficoltà politiche di quella coalizione e l’inadeguatezza di una squadra di governo che è ancora incompleta.

Dobbiamo occuparci di questo e dei problemi della società di Roma e del Lazio.

Bersani in chiusura dell’Assemblea Nazionale ha detto con una battuta: “adesso parto una settimana per la Cina; fate che quando torno…”
Quella battuta conteneva un monito che noi dobbiamo sentire.
Per fare in modo che, domani, quando rientrerà in Italia possa trovare che, nel Lazio, ha prevalso la responsabilità e la voglia di andare avanti uniti. Grazie.

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