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La relazione di Montino alla Direzione del PD Lazio del 7 Febbraio

Di
Redazione PD Lazio
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PD LazioVorrei iniziare questo mio intervento, innanzitutto, con una notazione: credo sia importante esprimere soddisfazione – voglio andare in controtendenza - per lo stato di salute con cui il Partito Democratico del Lazio si presenta in questo complicato inizio del 2011.
Abbiamo dato vita in autunno a una campagna congressuale civile, viva, ad alto tasso di democrazia. Congressi, nonostante le fuoriuscite soprattutto romane, da cui è emerso un partito più forte, più unito, in grado di concentrarsi sulle urgenze e sui grandi problemi da affrontare.

Le conclusioni unitarie dell’Assemblea Nazionale danno una ulteriore spinta per le prossime iniziative a cominciare da quella delle 10milioni di firme per cacciare Berlusconi. Ancora più importante è l’approdo unitario sull’attuale fase politica.
Infatti la soluzione di una coalizione costituente, vista la grave emergenza del paese, è la risposta più adeguata in questa fase Politica Italiana.

Non voglio eccedere nell’autorappresentazione, che è un nostro vecchio vizio, ma il fatto che il Partito Democratico del Lazio oggi abbia un assetto stabile, anche se non ancora compiuto - per me è davvero un fatto fondamentale. Lo è, soprattutto in un momento in rapidissima evoluzione come quello che stiamo attraversando. E lo è anche perché - dobbiamo esserne pienamente coscienti - Roma e il Lazio sono di fatto l’epicentro del terremoto politico che sta smottando il centrodestra a livello nazionale: è qui che gli effetti della crisi di Berlusconi e della fine dell’esperienza Pdl si fanno sentire con maggiore forza.

C’è quindi un quadro in veloce movimento. Stiamo assistendo alla crisi di un partito – il Pdl – che si intreccia in maniera mai vista prima con una crisi gravissima di leadership e, più in generale, di credibilità della politica. Penso che serva la massima attenzione e capacità di interpretare gli eventi. Non adagiamoci a guardare come spettatori il tramonto del berlusconismo. Anche perché nel corso degli ultimi anni ricordo di aver letto e sentito troppi de profundis, puntualmente disattesi dal voto degli italiani.

In questi momenti transitori, la reazione dei cittadini è sempre imprevedibile e la realtà spesso sconvolge previsioni, progetti e scenari decisi a tavolino. Facciamo tesoro degli errori del passato: ricordiamoci del 1994.

Occorrono capacità di analisi, e un atteggiamento ispirato alla serietà e alla concretezza. Questo ci chiede il popolo del Partito Democratico.

C’è una terribile crisi di credibilità che non nasce dalle solo inconfessabili e incontenibili pulsioni del nostro premier. Il suo comportamento nelle notti del bunga bunga è, semmai, la conferma di una concezione deteriorata del profilo di responsabilità di un uomo pubblico e – fatemelo dire – di una concezione volgare, offensiva della donna. Berlusconi – come giustamente osservò il suo avvocato – utilizza le donne. E lo fa, come avrebbero detto i nostri padri, da “vecchio sporcaccione”. Un vecchio porco, da cui tenere lontane le figlie… La disperata dipendenza sessuale di Berlusconi e l’apparato squallido di profittatori che la alimenta indigna gli italiani. Li indigna – ne sono convinto – molto più di quanto oggi riescano a leggere i sondaggi, dei quali – non ricordiamo le regionali – bisogna sempre fidarsi solo fino a un certo punto. Questa vicenda tocca le corde più profonde delle persone, e non solo di quelle che si dichiarano di centro-sinistra.

La manifestazione nazionale delle donne, del 13 prossimo, dovrà essere un grande appuntamento per una risposta civile e democratica.

Attenzione: non è la storia squallida di Ruby come i più l’hanno rappresenta, ma il caso , squallido e ancora più delittuoso del capo del governo che va con prostitute minorenni. Questo ha fatto calare il velo, ha denudato oscenamente il potere berlusconiano, che è in crisi soprattutto per l’inconsistenza politica e l’inadeguatezza di una classe dirigente che per anni ha venduto con grande destrezza solo fumo e illusioni agli italiani, nascondendo o negando le realtà e le difficoltà del Paese. Oggi hanno esaurito i trucchi per mascherare il loro fallimento, nonostante le televendite al TG1 con le quali ha cercato di addossare ai comunisti.
Insomma, al di là del giudizio etico sulle folli nottate, Berlusconi ha completamente disatteso il mandato degli elettori. E in particolare, proprio sul suo terreno di battaglia: la svolta liberale del Paese non c’è stata. Semmai c’è stata quella libertina. Non c’è stata alcuna rivoluzione fiscale. Non c’è stato un arricchimento complessivo del Paese: l’Italia anzi si è impoverita dal punto di vista culturale, morale ed economico. L’Italia è un Paese più iniquo di prima, con un divario tra ricchi e poveri in costante crescita.

Un Paese con meno opportunità e, tristemente, senza idee, senza visioni. Che pena fatemelo dire , per il paese con la più grande presenza di giacimenti culturali al mondo, sentire un ministro della Repubblica che dice che con la cultura non si mangia.
I diversi governi Berlusconi sono stati incapaci di interpretare e gestire i grandi cambiamenti che hanno investito il Paese e il mondo negli ultimi anni, nonostante sia al Governo da otto anni degli ultimo dieci.

A partire dal lavoro. Ecco, vorrei dire - una volta di più - il lavoro: è da qui che dobbiamo partire per parlare al Paese. I livelli di disoccupazione sono ai massimi dal 2004 con un preoccupante 29% per i giovani. La cassa integrazione ha raggiunto cifre record. Chi invece un lavoro ce l’ha è sempre più spesso appeso a un filo: la situazione di precarietà tocca ormai – come ha certificato l’Istat - uno spettro sempre più alto di cittadini, comprese categorie un tempo ritenute al sicuro dai marosi dell’economia.

Dai governi di centrodestra non è arrivata neanche una misura strutturale, né a livello nazionale, né - tanto meno - a livello locale. Il risultato è che ci ritroviamo con un apparato di ammortizzatori sociali vecchio, logoro, inefficace. E lo stesso vale per le norme che regolano il mercato del lavoro. Per un partito come il nostro che vuole rappresentare l’alternativa, il lavoro è al primo punto dell’agenda.

Mi permetto allora una parentesi su una vicenda di stretta attualità.
Il caso Fiat è esemplare. Il piano Marchionne poteva essere l’occasione giusta, da parte del Governo, per far scaturire un serio confronto politico e civile sul nostro futuro nel mondo globalizzato, per riflettere insieme su un modello di sviluppo da dare al Paese, per pensare a una programmazione di lunga durata sul futuro delle industrie e, in generale, del nostro sistema produttivo.
Ma il Governo, come Ponzio Pilato se né lavato le mani a tal punto che la Fiat ipotizza prossimi trasferimenti.

Poteva essere l’occasione anche per ridiscutere i meccanismi della rappresentanza sindacale. Inutile dire che il Governo, perennemente in altre faccende affaccendato, ha perso anche questa occasione.

Lo dico, anche perché la questione Fiat sta investendo anche il Lazio, per gli stabilimenti di Cassino: credo che sia quindi il caso, per il PD del Lazio di viverla come una delle sfide prioritarie per il nostro territorio.
Ribadisco: il lavoro innanzitutto. Io dico che questa deve essere la stella polare del nostro progetto per riformare e rinnovare il Paese. E una cosa, dato che ho toccato l’argomento Fiat, voglio dirla: si discuta di tutto, si cerchino nuove strade e nuovi modelli nelle relazioni tra lavoratori e aziende, ma attenzione a vigilare con la massima fermezza sui diritti.
A partire da quello della rappresentanza: è inconcepibile e inaccettabile che alcuni lavoratori possano essere privati della rappresentanza dentro le aziende per cui lavorano. Oggi tocca alla Fiom, domani a chiunque dissente.

Naturalmente, il tema portante del lavoro si lega a tutte altre urgenze dell’Italia. Penso alla formazione, alle scuole, alla ricerca, alle scelte energetiche, all’equità fiscale. Ebbene, non c’è un solo tema tra le grandi questioni della modernità su cui Berlusconi e i suoi abbiano saputo dare una risposta concreta, innovativa, efficace.
Come è noto, noi italiani siamo più tassati d’Europa e i prelievi continuano ad aumentare: in questo quadro i Romani e i Laziali sono i più tartassati d’Italia.
Anche nelle amministrazioni locali governate dal centrodestra, i fallimenti più grossi sono proprio quelli sul terreno di battaglia che loro stessi hanno scelto durante le campagne elettorali. Pensiamo ad Alemanno.
Guardate che il malessere nei confronti di Alemanno è molto più diffuso di quanto si pensi e di quanto riferiscano i recenti sondaggi, che comunque danno il sindaco in crollo verticale di popolarità: chi incontra i cittadini, le imprese e i rappresentanti delle categorie sa bene che sul governo di Roma grava un giudizio sempre più negativo.

Alemanno si era presentato agli elettori agitando lo spettro della paura, promettendo sicurezza, rinnovamento e concretezza. Proponeva un modello nuovo di amministrazione con poche chiacchiere, pochi eventi spot, molti fatti, attento al mondo delle piccole e medie imprese.

Guardiamo invece come è ridotta la Capitale dopo tre anni di cura Alemanno. Dal punto di vista della sicurezza, Roma appare come una città in abbandono, inospitale, in cattività, vedi la tragedia dei quattro bambini Rom bruciati vivi. Con fenomeni di infiltrazioni mafiose e criminalità organizzata dedita al traffico di droga e della prostituzione.

Per quanto riguarda uno dei cavalli di battaglia di Alemanno in campagna elettorale, la lotta alla politica degli eventi inutili, siamo alla sublimazione dell’effimero: Alemanno è diventato il principe degli annunci dei grandi eventi inutili, dai raduni motociclistici fino alla colossale figuraccia del Gran Premio.

E, per inciso, sarebbe curioso capire chi ha pagato i sondaggi, i progetti e gli studi di fattibilità che sono stati effettuati per questo maldestro tentativo di evento sportivo e di speculazione edilizia…

Sui 1.000 giorni di Alemanno, come tante volte denunciato dal gruppo comunale, ci sarebbe un lungo catalogo fatto di malfunzionamenti, decisioni arbitrarie, aumenti fiscali e grandi promesse mai mantenute. Non è questo il momento di sfogliarlo: basti ricordare le dimissioni dell’assessore al bilancio; la sostituzione di ben tre capi di gabinetto; gli scandali di parentopoli; l’azzeramento della Giunta, il declassamento delle agenzie di rating. Ora ci si mette, come se non bastasse, il bunga bunga de noantri: mi riferisco naturalmente a Orsi, che la sorte cinica e bara che perseguita il sindaco ha voluto assessore al decoro...

Leggiamo di promozioni, assunzioni allegre, siti internet in funzione per tre giorni costati ai cittadini di Roma 1 milione e 300mila euro…
E mi limito solo a una semplice constatazione: il centrosinistra ha governato per anni Roma, ha governato province e tanti Comuni e ha governato anche la Regione Lazio senza neanche un episodio di malaffare come i tanti che oggi toccano l’amministrazione Alemanno e che ieri hanno riguardato la Regione governata dalla destra…

Ma dobbiamo essere coscienti che solo parte del malumore che serpeggia tra i cittadini di Roma è dovuto agli scandali e agli inciampi che hanno scosso la Giunta. Il resto, che è la parte più consistente e che più ci deve interessare, riguarda l’assoluta mancanza di un progetto per Roma.

Se provate a chiedere a un romano una singola opera, una sola grande iniziativa per cui questa amministrazione sarà ricordata negli anni futuri, rimarrete senza risposta. La verità sconfortante è che, dopo quasi tre anni di governo, non solo non esiste una sola grande operazione urbana portata a termine dalla destra, ma non ce n’è neanche una ideata e progettata.

Rispetto a questo scenario di decadenza, noi dobbiamo proporre un’alternativa, anche sulla base dell’esperienza positiva del nostro governo della città negli anni passati.

Il nostro è stato per anni un modello di sviluppo per il Paese: un sistema socio-economico solido, con un prodotto interno lordo in costante crescita prima della crisi e in grado di resistere molto bene anche alle difficoltà sorte dopo la fase recessiva iniziata nel 2008. Roma e il Lazio amministrato dal centrosinistra sono stati un vero e proprio motore per il Paese: un territorio con buoni livelli di occupazione, con una grande vitalità imprenditoriale, che negli anni era riuscito a modernizzarsi. Ora la situazione si sta velocemente deteriorando.

Di nuovo il lavoro: a Roma la disoccupazione è passata dal 6 % del 2007 al record negativo del 8,1 % attuale. Con punte oltre il 10% per le fasce sociali più deboli, come le donne.

Nel Lazio, c’è un esercito di 40.000 lavoratori senza impiego. Sappiamo che oggi, nella nostra regione, c’è un milione di persone che vive con appena 700 euro al mese.

Prendendo una facile scorciatoia, la crisi che sta colpendo Roma e il Lazio si potrebbe spiegare con lo scenario nazionale e internazionale. È una scorciatoia che noi non possiamo consentire. Non solo perché fino a poco tempo i nostri territori andavano in controtendenza rispetto alla crisi, ma perché il crollo dell’occupazione va messo insieme ai dati pessimi sull’innovazione, all’assoluta mancanza di misure a sostegno degli asset più competitivi, alla drammatica penalizzazione della ricerca, a scelte strategiche disastrose, come quella su Alitalia, che hanno visto il centrodestra locale colpevolmente connivente con Berlusconi. La crisi di Roma e del Lazio ha nomi e cognomi: è prima di tutto il risultato dell’inerzia e dell’incapacità di programmazione del centrodestra, è il risultato della gestione Alemanno del Comune di Roma e dei primi passi disastrosi della giunta Polverini.
A tutto questo, non possiamo fare a meno di notarlo, si aggiungono le enormi difficoltà politiche dei governi locali di centrodestra.
Perché è un fatto incontestabile che la situazione di instabilità derivata dalla crisi del Pdl si stia facendo sentire pesantemente a Roma e nel Lazio. Qui, come dicevo in apertura, più che altrove.
Una delle ragioni per cui il Pdl aveva chiesto il voto per le regionali di fatto è crollata. Avevano proposto ai cittadini un patto per creare una filiera tra governo nazionale e governi locali. Quella filiera di governo era solo uno spot elettorale: non era e non è mai esistita. Il Governo nazionale, è completamente slegato dal governo della città. E ogni giorno leggiamo dei malumori e delle rivendicazioni di qualche pezzo del Pdl, in cerca di posizioni e ruoli. Purtroppo per loro, neanche la straordinaria fabbrica di posti e poltrone di Alemanno riesce a placare tutti gli appetiti.
Anche il muro che si sta creando giorno dopo giorno tra il Governo di Roma e la Regione è sotto gli occhi di tutti.

E credo che, in questo senso, noi abbiamo fatto molto bene il nostro dovere, facendo emergere di volta in volta le fratture insanabili che sulle grandi scelte strategiche si sono aperte tra Alemanno e Polverini, a partire dalla questione Malagrotta e nuova discarica.
Per quanto riguarda il governo della regione, l’unica attenuante che possiamo concedere è che siamo ancora all’inizio della legislatura. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, la situazione è più che preoccupante.

I primi passi della Giunta Polverini sono stati catastrofici. La Giunta regionale più cara d’Italia, 5 milioni l'anno per gli emolumenti agli assessori esterni, a corto di idee su come amministrare il Lazio, non fa altro che replicare su scala regionale gli errori di Alemanno.

L’atto principale del governo Polverini è stato un piano sanitario che scontenta tutti. E nonostante i nostri ripetuti appelli, sembra si voglia continuare con la strategia delle scelte calate dall’alto, senza concertazione, senza confronto. Con arroganza, presunzione e assoluta incapacità di mediare.

Guardate, noi sulla sanità del Lazio siamo stati chiari e, se volete, anche indulgenti: sapevamo infatti che il percorso di risanamento iniziato dalla nostra Giunta di centrosinistra doveva proseguire. Noi abbiamo raggiunto alcuni importanti risultati, soprattutto dal punto di vista della ristrutturazione delle finanze, ma sapevamo che c’erano ancora tanti passi da fare per riformare dal profondo una sanità ancora malata, con problemi che arrivano da molto lontano e che sono difficilissimi da affrontare. Abbiamo dimostrato nonostante fossimo quotidianamente ricattati dal governo, la capacità di risanare i disastri di Storace.

Abbiamo quindi mostrato la nostra volontà anche dall’opposizione di collaborare indicando alcuni passi indispensabili per riformare il sistema sanitario del Lazio: in primo luogo, l’esigenza di riequilibrare l’offerta sanitaria dal punto di vista territoriale. Esistono infatti intere zone della regione abbandonate, completamente senza servizi, in cui i cittadini sono costretti a percorrere decine e decine di chilometri per trovare cure adeguate, a fronte delle sovrapposizioni, delle sacche di spreco e posizioni di rendita presenti .

Si è scelta insomma una strada insidiosissima, perché una macchina complessa come la sanità del Lazio – lo sappiamo bene - non si governa a colpi di scure e decisioni unilaterali. Serve invece la ricerca faticosa di un confronto con tutti gli attori della sanità, con i cittadini, con le rappresentanze sindacali, oltre che con le forze politiche di minoranza.

Persino molti sindaci di centro destra e gli imprenditori privati della sanità, che hanno appoggiato in prima persona la Polverini in campagna elettorale, oggi non possono fare a meno di esprimere la loro preoccupazione, poiché nessuna delle mille promesse è stata mantenuta.
Sulla sanità siamo al blocco assoluto. Anche in questa partita noi ci siamo, con proposte concrete e progetti da realizzare. Su questo, ci tengo a sottolinearlo, l'azione del Pd è stata fondamentale per compattare in un’unica proposta tutte le opposizioni e scavare un varco nella maggioranza regionale in sede di discussione del bilancio.
Stiamo lavorando come partito per la convocazione degli stati generali sulla sanità e questa potrà essere una grande occasione per rilanciare le nostre proposte.

Un metodo che ha costretto chi governa a togliere gli odiosi ticket per le famiglie con disabili; a creare le condizioni per sostenere le famiglie più numerose a ripristinare i fondi per le grandi infrastrutture: Orte- Civitavecchia; Salaria; Ferrovie Roma –Viterbo; 150 Milioni per l’edilizia sanitaria e Pontina.
Adesso abbiamo un altro compito davanti a noi : dobbiamo costringerli a sbloccare gli appalti fermi, partire con i cantieri, avviare rapidamente le progettazioni.

Purtroppo, non solo la sanità, ma è in generale l’intero governo della regione a essere bloccato, diviso e , anche se la Polverini cerca di apparire come una presidente risoluta, la Regione rimane senza guida. In alcuni settori, la situazione è addirittura drammatica: penso al grido dall’allarme lanciato dagli imprenditori. E mi riferisco, in particolare, all’appello del Presidente dell’Ance ; un appello che il Partito Democratico deve saper raccogliere subito, perché il crollo del comparto dell’edilizia è un fatto che richiede un intervento immediato.

Qualche dato. Nel 2010, le sole opere infrastrutturali hanno visto gli investimenti ridotti del 10,1 % e le previsioni per il 2011 sono di un ulteriore calo dell’8,6 %. La responsabilità dei governi di Roma e del Lazio è evidente.
C’è infatti un totale immobilismo sulle opere pubbliche: vi darò un dato secco, che va letto in tutta la sua gravità. In un solo anno, gli importi stanziati per le opere pubbliche del Lazio sono calati del 67%. Ciò significa che il Lazio è fermo.

Per una Regione che ha storicamente bisogno di investimenti sulle opere infrastrutturali e nell’edilizia, la diminuzione del 20 % degli affari, la verticale riduzione delle gare di appalto, le oltre 8.000 persone che in un solo anno si sono trovate senza occupazione sono un fatto epocale, da affrontare con la tempestività e con la concretezza con cui i governi responsabili affrontano le grandi crisi industriali. Inutile aggiungere che questa situazione, naturalmente, ha forti ripercussioni sulla competitività economica del nostro territorio: non ci dobbiamo meravigliare se in assenza di una rete infrastrutturale adeguata le aziende, in particolare quelle straniere, decidono di abbandonare il Lazio.

Gli investitori sono disimpegnati in particolare perché manca un quadro di riferimento certo , le priorità su cui intervenire. Manca un clima di fiducia di stimoli e di trasparenza che sono gli ingredienti essenziali per ripartire. Stanno condannando la regione della Capitale a un ruolo periferico, marginale.

Anche per la crisi dell’edilizia qui, la risposta del centrodestra è inesistente, o semplicistica e inadeguata: la tentazione, come sempre, è di rispondere con misure ispirate a un liberismo selvaggio che rischiano di produrre danni irreversibili.
Per questo siamo tenuti a vigilare con grandissima attenzione, contro una proposta di legge sulla casa sbagliata, ispirata a una deregulation selvaggia, che mette seriamente a rischio il nostro patrimonio urbanistico e paesaggistico e che, per giunta, non risolverà certo i problemi del settore, il quale ha bisogno di certezza sulle norme, di velocità nei tempi di attuazione, di una forte semplificazione delle procedure, anche come antidoto al malaffare.

Ripartiamo invece su un progetto che investa sul miglioramento della qualità urbana e paesaggistica della regione, premiando non chi vuole solo accumulare mattoni, ma chi fa interventi di recupero e di reale miglioramento. Per esempio sul patrimonio costiero, tutto da recuperare, o a quello dei nostri centri storici, che rappresentano un bene di valore immenso, un’enorme risorsa per il turismo ancora tutta da valorizzare.

Anche al di fuori del comparto dell’edilizia, la chiave è quella dell’ammodernamento del nostro tessuto produttivo. Serve un’attenzione direi spasmodica a chi fa impresa, con una programmazione di lunga durata e con programma di sostegno a tutti coloro che, facendo impresa, investono sul futuro: dobbiamo riprendere il cammino interrotto dalla crisi e da uno stallo nelle decisioni strategiche dell’amministrazione regionale che ormai dura da troppi mesi.

In questo primo scorcio di legislatura, sono state umiliate le province, a cui sono stati tagliati ospedali; sono stati mortificati i precari, rinunciando a una misura di civiltà e modernità come il reddito minimo; si è aggirato il problema dei rifiuti; sono state deluse le imprese, che sono sempre più alle prese con le difficoltà creditizie, sono stati ignorati i Comuni, mettendoli in gravi difficoltà, definanziando un progetto di qualità, come quello degli attrattori culturali e tagliando 70 milioni di euro di opere pubbliche molte delle quali già appaltate; sono stati dimenticati i pendolari. E in fine tagliati 40milioni di e per la formazione e la scuola e l’università.

Le difficoltà politiche del centrodestra sono l’aggravante di questo stato di sofferenza. Anche per quanto riguarda la Regione, infatti, la situazione è in rapida evoluzione. Intanto, perché il quadro politico è cambiato per ragioni prettamente numeriche: la nostra vittoria nel contenzioso sul numero dei consiglieri regionali è stata un colpo forte per la maggioranza regionale.

Ma il colpo più forte, anche qui, arriva dalla scena politica nazionale. Nel Lazio infatti si sono visti, pesantemente, gli effetti dello sgretolamento del Pdl. Tanto più sentito in una compagine di governo in cui il Pdl, a causa dei noti pasticci elettorali, partiva già fortemente menomato. E con effetti ancora tutti da vedere per una presidente partita finiana, arrivata berlusconiana e che, oggi, orfana di due padri, cerca disperatamente di mettersi in proprio. Credo che la presenza dei gruppi FLI e MPA e la costituzione del terzo polo sia solo l’inizio di un’ondata di conflitti e contraddizioni che già hanno investito la Polverini e l’intera maggioranza regionale, come si è visto molto bene in sede di approvazione del bilancio regionale.

Noi per serietà e senso di responsabilità ci siamo attenuti a una linea molto chiara: nessuna pregiudiziale, anzi porte aperte al confronto; ma fermezza assoluta sui principi e sulla linea su cui attestare l’opposizione, discutendo sempre nel merito, con fatti e proposte. E credo di poter dire che questo metodo abbia dato e stia dando ottimi risultati.
Ora la nostra priorità è tenere insieme le opposizioni: noi, in quanto partito più rappresentativo, abbiamo in questo senso una responsabilità in più.
Lo abbiamo dimostrato nell’approvazione del bilancio regionale, dove siamo riusciti a far convergere le diverse forze di opposizione su una linea comune, presentando non un elenco infinito di questioni ma alcuni punti qualificanti che alcuni di questi, come ricordavo prima, sono diventate norme legislative.

Ebbene, questo è il nostro metodo, la strada su cui continueremo, consapevoli che il PD deve mantenere ovunque e comunque il proprio profilo di forza di governo, anche quando è collocato all’opposizione, senza urlare, senza il bisogno spasmodico di fare effetto ma con incisività ma soprattutto non perdendo mai di vista le vere necessità delle persone.
Cominciamo allora – l’ho detto in apertura - a far valere le ragioni della buona politica che sappiamo esprimere. Per esempio rivendicando con orgoglio, qui nel Lazio, le esperienze positive delle nostre amministrazioni. Il dinamismo e l’intelligenza con cui sono amministrate realtà come la Provincia di Roma e di Rieti, il Comune di Frosinone, gli altri Comuni del Lazio, i municipi.

Con quanta paura e con quanto fastidio il centrodestra guarda le nostre esperienze di buon governo! Vediamo sui muri della città, ormai un giorno sì e un giorno no, le campagne velenose e vergognose del centrodestra sui nostri amministratori – Nicola Zingaretti prima di tutti… Un segnale di enorme debolezza.
E rivendichiamo, anche, la nostra capacità di esprimere democrazia. lo dobbiamo dire con orgoglio: la politica, per noi democratici, è dove si mettono in circolo idee, dove si progetta il futuro comune, dove si fanno incontrare esperienze diverse e si trovano soluzioni condivise. Il partito cresce, se è in grado di dare spazio a tutte le sensibilità che lo compongono.

Il PD vince nelle primarie, come abbiamo visto anche qui nel Lazio, portando al voto quasi 6.000 persone in un campo difficile come quello di Latina. E consentitemi, a proposito, di fare un grande in bocca a lupo a Claudio Moscardelli per la grande sfida che lo attende. I miei auguri e quelli del gruppo regionale del Lazio vanno anche, naturalmente, a tutti gli altri candidati sindaci che abbiamo già scelto attraverso le primarie e che sceglieremo e naturalmente, a tutti i candidati del centro sinistra che saranno in campo.
La sfida però non è solo con l’altro campo, ma riguarda le stesse nostre forze di coalizione. Questa si rivolge tanto a sinistra come al centro. Ho detto centro, sì perché sarebbe un grave errore sottovalutare, soprattutto a Roma, la fuoriuscita della componente di Milana di cui ho condiviso le motivazioni, che in alcuni Municipi ha quasi dimezzato la nostra rappresentanza.

È’ ancora difficile oggi dire se a primavera si voterà anche per le elezioni politiche. Di sicuro ci sono 108 Comuni del Lazio che andranno al voto: quasi un terzo del totale. Nella nostra regione saranno chiamate a votare più di 700mila persone. È evidente che il risultato delle elezioni locali di primavera avrà un effetto sul quadro politico e sulle coalizioni . Tanto più in un momento di fragilità politica come quello che stiamo attraversando. E tanto più nel momento in cui nascono nuovi soggetti e si configurano nuovi schemi per le alleanze.

Noi, dicevo, arriviamo a questo importante appuntamento pronti e consapevoli del nostro ruolo decisivo. La carta fondamentale che possiamo giocare è quella della credibilità: di una forza di governo seria, responsabile, attendibile. Una forza di governo coesa, centrata e concentrata su un progetto politico chiaro. Un partito che riscopre la voglia di stare in un’unica comunità, con una linea e con un metodo.

E’ davvero arrivato il momento, consentitemelo, di capire quanto sia destabilizzante per i nostri elettori, di fronte allo sgretolamento del centrodestra, vederci polemizzare, cercare distinguo, ritagliarci ciascuno il proprio piccolo spazio di manovra.

Il Pd può contare sulla voglia di fare e di partecipare di migliaia di persone. Questo patrimonio lo dobbiamo mettere al servizio di tutto il centrosinistra e di un’alternativa credibile soprattutto in vista della prossime amministrative di primavera che queste sì sicuramente si terranno.

Perché – e concludo - non ci sono altri in questo Paese che possano ambire a un ruolo guida nel grande cambiamento di cui l’Italia ha bisogno. Lanciamo quindi da subito iniziative politiche di confronto con il terzo polo e con SEL e IDV.

Senza porre veti, né al centro né a sinistra. Noi non ne poniamo, ma - sia ben chiaro - neanche ne accettiamo: perché tutti devono sapere che se prevale la logica dei veti incrociati il risultato scontato è che diventiamo tutti minoritari.

Lo dicono i numeri: il Pd è la forza politica senza cui alcun antagonista dell’asse Berlusconi-Lega può pensare di vincere le elezioni.
SOLO CON IL PD POSSIAMO CAMBIARE L’ITALIA

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