Luigi Petroselli è il sindaco di Roma. Quello che a trent’anni di distanza dalla sua elezione a primo cittadino della capitale ancora ricordiamo. E non solo perché era di Viterbo.
In due anni di mandato (1979-1981) è riuscito a fare quello che a pochi riesce, farsi ricordare come il sindaco più amato, più conosciuto, più apprezzato.
Nostro compito oggi è capire il perché e non cadere nella mera celebrazione. Le ragioni di questo profondo sentimento sono da indagare. Perché è lì che si cela la lezione più importante che Petroselli ha impartito.
E’ stato definito un “combattente”. Io direi un combattente del quotidiano. Le sue lotte erano giornaliere, silenziose ma salde. Quelle lotte fatte di spirito di servizio, di politica che ritrova la sua essenza. Di ascolto della città e ricerca della soluzione anche a costo dell’abnegazione.
Petroselli era così. Affrontava i problemi di una città come Roma andando a conoscerli uno per uno. Ascoltando la gente con la voglia capire. Di risolvere e andare avanti. Un uomo che non si fermava perché credeva fortemente che la politica era l’arma vera per restituire ai suoi cittadini, alla città stessa quella dignità che contraddistingue. Che fa camminare con la testa alta e la schiena dritta.
Due aneddoti, reali nella loro semplicità, ci restituiscono la sua figura e che vorrei ricordare. Il primo riguarda Roma. Quella città che l’ha adottato ed eletto cittadino, modello da imitare. Nel 1981 i tranvieri iniziarono un duro sciopero che rischiava di paralizzare l’intero sistema dei trasporti. Uno sciopero che Petroselli prima di risolvere voleva capire. Così si presentò all’assemblea per ascoltare, per comprendere. Fu perfino deriso. Qualcuno gli lanciò addirittura delle monetine contro. Bene, il combattente restò lì a capire a far capire loro che il sindaco, il loro sindaco, era lì per loro. Per combattere anche la loro stessa battaglia. Quello sciopero dopo ore dure di parole fu sospeso. Questo, si disse, significa fare il sindaco. E oggi dico fare l’amministratore significa questo: scendere in strada ascoltare le esigenze di tutti senza distinzione e trovare, non solo provare, la strada per continuare. Con lucida fermezza, con passione per il futuro da costruire insieme.
Il secondo riguarda Viterbo, la sua città natale, la stessa che l’ha cresciuto e plasmato. A Pianoscarano, il suo quartiere, ci sono ancora anziani che lo ricordano perfettamente. Che parlano di Luigi come quel ragazzo che con loro ha condiviso la gioventù. Qualcuno mostra ancora le foto e custodisce gelosamente il regalo che “il sindaco di Roma” gli fece per il matrimonio. Quel custodire gelosamente però non va letto come il regalo fatto da un uomo diventato famoso. Ma sottende l’orgoglio di un’intera città che conserva la memoria di Petroselli come un uomo ancora vivo.
Un affetto, quello di Viterbo, toccato con mano anche nel 2001 quando centinaia di persone parteciparono alla presentazione del libro di Angela Giovagnoli su Luigi Petroselli, insieme a Vittorio Emiliani, già direttore de Il Messaggero, e Giorgio Napolitano.
In quell’occasione, Emiliani ne ha ricordato soprattutto i due anni da sindaco, “che interpretò – disse – in maniera assolutamente originale, stando in mezzo alla gente, in un momento politico molto difficile quando, appena trascorsa l’epoca della crescita spontanea della città e delle lottizzazioni abusive, si cominciava a mettere mano all’opera di risanamento”. Napolitano, che lo ebbe vicino a Botteghe Oscure, si è soffermato sul retroterra familiare di Giggetto e sulla sua forza politica, ricordando i tragici momenti del comitato centrale del Pci del 7 ottobre del 1981 quando, dopo un intervento duro e sofferto in cui si diceva molto preoccupato per la rottura tra comunisti e socialisti, Petroselli si accasciò a terra, lasciando i compagni nella disperazione.
Quell’immagine in bianco e nero del suo volto pensieroso e assorto che tutti abbiamo in mento resta l’emblema del politico, dell’amministratore vero. Vero perché prima di qualsiasi cosa ha messo davanti il servizio che da eletto doveva al popolo. A ogni singolo cittadino del suo popolo. Questa la lezione. Questa la storia da imparare.
Le lezioni vengono sempre da chi ha conosciuto la storia, da chi la storia l’ha fatta.